Giorni Felici

Pastorale Americana

Giorno felice #846

Ho parecchie cose in arretrato da raccontarvi, ma conviene che io vada in ordine cronologico. Quindi iniziamo da Pastorale Americana di Philip Roth, che ho letto incuriosita da questo autore, Nobel per la letteratura proprio grazie a questo libro.

Non avevo mai letto niente di Philip Roth, ma era uno di quegli autori che mi incuriosiva e intimoriva al tempo stesso. Alla fine ho deciso di lanciarmi e fare questo tentativo.

pastorale copertina

Il libro racconta la vita di Seymour Levov, detto lo Svedese, dalla sua giovinezza, coronata da successi sportivi, alla maturità, segnata da eventi catastrofici.

Onestamente? A tratti l’ho trovato soporifero. Ma solo a tratti. E per questo sono andata avanti forsennatamente.

La storia è fantastica e spesso mi sono trovata a pensare che lo Svedese mi somiglia un po’ troppo, sempre pronto a dire e fare la cosa giusta, mettendo a tacere anche i propri moti dell’anima pur di non disturbare o turbare il prossimo. Questa sua capacità di fare le cose per bene, con il massimo dell’impegno, rispettando le regole, ce l’ho anche io. Così come ho difficoltà ad esprimere le mie emozioni più vere, per paura di essere noiosa, o di disturbare chi, invece, attorno a me sembra avere più voglia di parlare di sè che di ascoltare di me. Si, sono un po’ Svedese anche io e spero che la mia fine non sia la stessa.

Mi ha dato un po’ fastidio l’ordine con cui sono stati raccontati i fatti. Non mi aspetto, da un libro, che si parta necessariamente dall’inizio per arrivare pagina dopo pagina alla fine. Però questo tornare ogni volta indietro, sempre più indietro, per raccontare del nonno, del bisnonno, della mamma, della moglie, di tutti, proprio quando si stava per fare un passo avanti nella storia, mi ha infastidita. E vogliamo parlare della lunghissima spiegazione delle fasi di realizzazione di un guanto? Aaaaaaahhhhhh povera me!!!

Levov era un uomo di successo, con una bella moglie, una bella casa, una bella figlia, una bella azienda florida e ricca, una bella vita andata improvvisamente in frantumi quando la figlia sedicenne decide, nel bel mezzo del 68, di mettere una bomba di fronte ad un edificio pubblico per protestare contro la guerra nel Vietnam e uccide accidentalmente un medico, dandosi poi alla latitanza.

I dialoghi tra Levov e la figlia sono fantastici, perchè esprimono meravigliosamente l’incomunicabilità tra due generazioni così diverse. Lei dice fiori, lui capisce picche e risponde a bastoni. Lui getta a spade, lei capisce fischi e risponde fiaschi. Tutta così. Chi non ci è passato, come figlio? Chi non ci passerà, come genitore?

Però… ci sono dei però.

Inizia avendo come narratore un amico del fratello minore di Seymour, che lo ricorda solo come un vuoto idolo di popolarità a scuola quando lo incontra negli anni 80 in uno stadio con un figlioletto. Poi anni dopo il fratello minore dello Svedese rivela all’amico la tragedia che ha colpito la famiglia e da questa rivelazione, a Svedese morto, l’amico del fratello, scrittore, si mette a raccontare la vita dello Svedese, partendo dal nonno emigrato in america. Ma sono supposizioni? O fatti? Come è riuscito questo amico a sapere tutta la storia? Ha immaginato lo svolgimento dei fatti e i dialoghi? Oppure no? Sciocchezze, direte voi. Forse. O forse è proprio così: un racconto che intreccia fatti a supposizioni.

E poi… la cena dell’ipocrisia, l’eterna cena a casa dello Svedese la sera in cui ritrova la figlia, diventata l’adepta di una setta indiana che pratica la non violenza all’estremo, fino alla morte; la sera in cui scopre che la figlia, fuggendo, si era rifugiata a casa di una coppia di amici, presenti alla cena, che non hanno mai detto niente e l’hanno lasciata fuggire incontro alla distruzione; la sera in cui scopre che la bella moglie lo tradisce con l’architetto, amico di famiglia; la sera in cui pensi “Ecco, ora sbrocca” ma lui continua a fingere; la cena in cui parla solo il vecchio Levov padre e parla dei bei tempi andati e dei guanti, ovviamente. Che palle.

Leggevo di questa cena, pensavo che era ora che lo Svedese sbroccasse, che desse un senso alla sua vita, vedevo che il Kindle segnava che mi trovavo al 98% e pensavo “Ora succede qualcosa di estremo, perchè manca poco e devono ancora spiegarci in che modo è finito il suo matrimonio e con chi ha avuto i tre figli maschi dalla seconda moglie. Ora si scopre che fine ha fatto la figlia.” e appena ho finito di pensare questo…. avevo davanti agli occhi l’indice.

LIBRO FINITO.

E se c’è una cosa che odio, è un libro che finisce senza essere finito.

Quindi, anche se avrei potuto salvare il libro per la profondità dei sentimenti narrati, per il racconto dell’immenso cambiamento epocale avvenuto in America, ma non solo, dalla fine della seconda guerra mondiale agli inizi degli anni 70, anche se avrei potuto salvarlo per l’onestà con cui ha raccontato le difficoltà di comunicazione tra padre e figlia, lo boccio perchè non è un libro con una fine.

E penso… che anche lo Svedese era un tipo così strutturato da non essere capace di apprezzare queste avanguardie letterarie. Per noi, coi piedi per terra, un libro ha un inizio e DEVE avere una fine. Stop.

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10 thoughts on “Pastorale Americana

  1. Sto leggendo il libro: lo immaginavo del tutto diverso, ma non mi sta convincendo più di tanto. Un vero peccato. Mi sento meno sola leggendo diversi pareri simili al mio e molte delle cose che hai scritto le ho trovate decisamente condivisibili 🙂

    Ps. comunque è il Pulitzer, non il Nobel

    Ciao! 😉

    1. Anche io mi sento meno sola quando stronco un libro che in molti reputano un capolavoro.
      Domani esce addirittura il film al cinema…. io dico “No grazie”.
      Fammi sapere cosa ne pensi del finale, quando avrai finito. A me è quello che è andato meno giù in assoluto.

      Pulitzer… hai ragione 🙂

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