Giorni Felici

Giorno felice #177 e #178

Scrivo con un giorno di ritardo perchè ieri non ce l’ho fatta proprio a trovare un attimo di pace e serenità per raccontare cosa è successo.

Due giorni fa mia sorella, con la quale ero ai ferri corti dalla scorsa primavera, è venuta a casa mia a chiedermi scusa.

Non è stato semplice. L’orgoglio stava avendo il sopravvento e all’inizio più che scuse, le sue erano giustificazioni. Però con calma ho insistito e alla fine abbiamo chiarito, davvero.

Perchè tra di noi c’è sempre stata una sorta di competizione che non ha ragione di esistere. Sembra che il mio modo di essere sia, per lei, uno schiaffo al suo modo di essere, come se i miei comportamenti avessero come unico scopo quello di ferirla o sminuirla o farla sentire inferiore. E viceversa. Ma non è così.

In realtà siamo due sorelle molto diverse educate per essere in competizione l’una con l’altra e non accettate nè apprezzate per quello che siamo davvero.

Tutte e due abbiamo pregi e difetti, ma siamo speciali a modo nostro. Nessuna è migliore dell’altra, eppure veniamo messe a confronto da quando eravamo piccole.

Guarda tua sorella, che va bene a scuola” oppure “Specchiati a tua sorella, che è più magra di te“. Così lei odia me perchè sono “la prima della classe” e io odio lei per essere “più magra di me”. Anche se non è proprio così, alla fine ci danno fastidio reciprocamente le cose che facciamo, perchè sembrano sempre fatte per sminuirci l’un l’altra.

Comunque, abbiamo chiarito, lei ha pianto molto, io le ho detto che mi dispiace che pensa sempre il peggio di me, che pensa sempre che la sto fregando e non da valore alle mie parole, mentre tiene molto in considerazione i consigli di amiche e pseudo amiche che, a quanto pare, parlano senza conoscere tutti i fatti e per invidie/antipatie nei miei confronti, oppure per opportunismo, come la sua cognata. Mi ha fatto piacere che mia sorella ha ammesso di aver dato più importanza alle parole di quelle persone, evitando di starmi a sentire quando cercavo di spiegarle la mia opinione, perchè era convinta che io la stessi solo fregando.

Mi dispiace, perchè per dare ascolto a quelle persone, è lei quella ad essere rimasta fregata e a questo non si può porre rimedio.

A me ha fatto molto piacere questo chiarimento, voglio sperare che le cose andranno meglio, anche se una parte di me procede guardinga, perchè non voglio più sentirmi ferita e attaccata gratuitamente.

Ieri invece ho avuto tantissime cose da fare e poco tempo per capire se ero felice o meno. In realtà sto lavorando rapidamente per il mio sito e per il Planet e sarà, come ho già detto, un novembre di fuoco, però va bene così, perchè era quello che volevo: procedere speditamente e avere qualcosa da fare.

Ieri però sono anche stata dalla psicologa. Il punto è che non mi voglio bene abbastanza. Soluzione? Devo innamorarmi di me stessa.

Bella sfida. Io non mi amo, non mi voglio bene, non mi apprezzo, che sia chiaro. Pretendo sempre qualcosa di più da me e la delusione per non essere all’altezza delle mie aspettative mi porta a sminuirmi. Sbagliato!

Così la psicologa mi ha dato un esercizio: devo complimentarmi con me stessa. Ripetermi in continuazione che sono stata brava.

“Ammazza che mamma fantastica sono stata!” quando reagisco come da manuale alla notizia che la maestra ha rimproverato Emma perchè questa le ha fatto le corna con la mano O_o

“Ammazza quanto sono in gamba!” quando riesco a risolvere un problema relativo all’organizzazione del Planet.

“Ammazza quanto sono intelligente!” quando mi metto a disegnare e trovo una idea geniale che porterà tanti clienti al Planet.

“Ammazza quanto sono carina!” quando mi trucco e mi aggiusto prima di uscire.

“Ammazza quanto sono furba!” quando trovo un outlet di scarpe artigianali e compro a Massimo delle fantastiche scarpe stile Timberland, di ottima fattura, a soli 29€.

“Ammazza quanto sono simpatica!” quando sono tra le altre mamme e ridiamo insieme.

“Ammazza che brava figlia che sono!” quando faccio un favore a mia madre col sorriso.

“Ammazza che ballerina fantastica che sono!” quando alla scuola di balli di gruppo sono l’unica a ricordarsi i passi di tutte le canzoni.

“Ammazza che brava che sono a cucinare!” quando faccio la pizza e mi esce da urlo.

“Ammazza che brava che sono stata!” quando resisto alla tentazione di mangiare quello che capita.

“Ammazza che donna!” sempre e costantemente. Etc.

Facile, no? Mica tanto. Ma ci proverò. Anche perchè la dottoressa mi ha detto che sono intellettualmente predisposta alla terapia e che se non riesce ad avere risultati con me, allora può anche chiudere e cambiare lavoro, perchè significa che non avrebbe alcuna speranza di successo con gli altri. Bella responsabilità! Ho pensato io. L’unica cosa che potrebbe impedirmi di riuscire è la mia voglia di rimanere così come sono, attaccata alla gonnella della mamma, rancorosa verso il passato, sempre li a rimuginare su quello che avrei voluto e non ho mai avuto da mia madre.

Quindi no, devo farcela.

“Ammazza quanto sono ottimista oggi!”

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